Gli errori della didattica nella musica moderna

a cura di Valerio Silvestrodocente presso Mad School Napoli e Jam Centro Musica Moderna Lucca

Un giorno, tanto tempo fa, il jazz entrò nella mia vita come un uragano. Fino ad allora la musica per me era stata tecnica, solfeggio, spartiti. Poi la musica di John Coltrane mi fulminò regalandomi emozioni mai provate prima. Avevo vent’anni e non avevo nessuna idea di come funzionasse quella magia. Ma volevo che fosse mia, che in qualche modo anch’io potessi perdermi in quel sogno fatto di suoni, urla e lacrime.
Cominciai a chiedere, a cercare qualcuno che m’insegnasse. La risposta fu unanime. Il Jazz non s’insegna “o ce l’hai o non ce l’hai”.

Allora credevo ancora in Dio. Il Dio della misericordia, della compassione e della giustizia. Mi sembrava impossibile che un Padre mi desse la possibilità di amare così tanto una cosa per poi negarmela. Non mi arresi e continuai a cercare. Prima a Napoli, poi in tutt’Italia e alla fine in America. Il Berklee College of Music. La mecca della didattica. Lì ci fu la prima rivelazione. Le cose potevano essere spiegate. L’armonia non era più un mistero ma una scienza. Molte capacità che prima sembravano ammantate dal mistero diventavano alla portata degli umani, anche di quelli meno capaci come me.

Ma quando si parlava di “improvvisazione”, tutto diveniva meno chiaro .  Molti infatti studiavano anche al di fuori della scuola con dei guru. Charlie Banakos, Jerry Bergonzi per citarne alcuni. Per mia grande fortuna riuscii a studiare con alcuni di loro ed ecco la seconda rivelazione.

L’improvvisazione si studia, a quest’arte ci si allena. Nulla ci è negato a priori. “L’improvvisazione non è creazione, è alchimia”. Questa piccola frase di Jerry mi illuminò. Tornai in Italia preso dalla febbre di condividere le mie scoperte con i miei amici. Riunioni e casa fino a notte tarda per dire a tutti che finalmente c’era una strada. Molti mi chiesero di insegnargli e io lo feci, felice di poter liberare i loro sogni.

I risultati furono sorprendenti. Molti miglioravano, ma alcuni invece no.  Non mi arresi e cominciai ad allargare il mio sguardo, a rivedere il mio modo di comunicare, di spiegare. Cominciai ad interessarmi al funzionamento dell’apprendimento in senso lato, alla relazione tra maestro e allievo, a studiare testi di psicologia e finalmente, grazie a Giovanni Ariano, capii.

a) La crescita avviene solo all’interno di una relazione funzionale alla crescita.
b) La relazione funzionale alla crescita è una relazione in cui si cresce da entrambe le parti.

Cominciai a sfidarmi sulle cose che creavano difficoltà ai ragazzi capendo che se volevo farli diventare  grandi dovevo crescere insieme a loro. Altri strumenti, altri generi, altre frontiere. Finalmente capii a cosa si riferiva Banakos quando diceva “I must tune in to you”. Un maestro si deve accordare sempre sulla persona che ha di fronte.

Guardare le cose da questa prospettiva mi ha fatto trovare risposte imprevedibili.

Ho capito che molte delle difficoltà dei miei allievi spesso non dipendono tanto da quello che non sanno fare o da capacità che non hanno ancora sviluppato, quanto da capacità che già possiedono.

Il nemico non è l’assenza di capacità ma una capacità pregressa che, ignorata, rema contro. “Appurate quello che l’allievo sa fare”, il senso di questa frase di Ausubel divenne chiaro. Ho spostato la ricerca sulle capacità che l’uomo ha in potenza, sulle procedure ottimali per svilupparle, sui fattori che possono rallentarne o impedirne il corretto sviluppo. Il campo di indagine si è allontanato dal ristretto ambito del funzionamento della musica, ha superato il come si trasmette una conoscenza ed è sfociato nel come si concorre al processo dello sviluppo delle attitudini musicali.

Il primo assunto è: nella didattica della musica, l’errore che genera tutti gli altri è non tenere conto che l’uomo è una macchina facente musica di per sé.

Assodato questo principio tutto cambia. La domanda non è più “come faccio a fargli capire…?” Ma bensì “come mai non lo fa già?”
Una volta cambiata la prospettiva, scompare quella che io definisco “la sindrome del creatore”. Afflitti da questa piaga nel mondo sono tanti: maestri, educatori, psicologi, psichiatri, terapeuti, counselor, allenatori e non ultimi genitori. L’essenza di questo male è il compiacimento di sentirsi artefici del cambiamento dell’altro.

Vogliamo essere noi a fare.

A volte quest’approccio dà anche risultati, ma alla lunga non crea valore. Si può spingere, anche  velocemente, una persona ad un cambiamento superficiale, ma questo non corrisponde ad una crescita  sostanziale. Assunto che tutto ciò di cui una persona ha bisogno risiede già in essa, la regola diventa: Non educo, libero. Non do, restituisco. Non insegno, cresco insieme a te!

Non c’è bisogno di maestri che dicano agli altri quello che devono fare. C’è bisogno di persone che  gioiosamente condividano il piacere della crescita con altre persone più o meno giovani di loro.

Negli ultimi dieci anni di lavoro ho avuto modo di collaborare nella mia ricerca con professionisti  competenti in sfere diverse dalla musica come osteopati, psicologi, insegnanti Feldenkrais, ballerini, attori.

Tutta l’attenzione si è spostata su quella che definiamo “la vera residenza del sé”. Il nostro corpo. Non esiste musicalità, né alcuna capacità musicale specifica che non tragga origine da capacità più generali che ineriscono sostanzialmente al rapporto più o meno funzionale che abbiamo con il nostro corpo.

Non esiste nessun generico senso ritmico.

Esiste la conduzione corporea della pulsione ritmica che, incarnata in una micro danza, genera un’emozione  che può essere trasmessa agli altri attraverso un segnale sonoro.

Le persone che non hanno una motilità sottile, che non hanno sviluppato una buona postura o una buona  coordinazione, che non hanno gattonato non hanno accesso a questa potenzialità. Ma una volta mostrate  al corpo le alternative motorie, perse per strada, la macchina ritrova spesso da sola il suo stato funzionale  con benefici avvertibili in molte altre sfere: vitalità, sessualità, performance intellettiva, capacità di  concentrazione.

Non esiste nessuna generica inventiva melodica.

Esiste la capacità, definita da Gordon audiation, di rispondere fisicamente e quindi emotivamente  all’immaginazione sonora e attraverso un opportuno allenamento tradurla in immaginazione visiva di un  luogo sullo strumento. Le persone che non hanno confidenza con il proprio vissuto emotivo, o che hanno una “struttura rigida”, un corpo che parla poco non hanno accesso a questa potenzialità. Il percorso in questo caso passa per una ristrutturazione più profonda che coinvolge livelli più intimi della persona ma, specialmente se giovani, possono recuperare gran parte della loro ricchezza interiore.

Parlare la lingua dei suoni è qualcosa per cui siamo programmati.

Ci siamo selezionati perché abili in quest’arte. Comunicare in un linguaggio non verbale a significante sonoro e significato emotivo.

Abbiamo fatto musica molto prima di parlare. Se in qualche modo non riusciamo a esprimere questa capacità non dipende da qualche pezzo che il Dio capriccioso ha dimenticato di fornirci. Ma solo dal fatto che viviamo in un tempo in cui abbiamo
dimenticato il valore del nostro corpo, e i tesori che esso custodisce. In tutte le mie ricerche ho incontrato molti uomini eccezionali. Moschè Feldenkrais occupa una posizione speciale perché mi ha mostrato che mente e corpo sono due aspetti della stessa identità. Apriva le sue lezioni con una frase “Io non vi posso insegnare niente, vi posso solo ricondurre da voi stessi”.
Secondo me questo è il principio del rapporto di crescita fra due persone. Quello che asserisco non ha dimostrabilità scientifica. Non ha la pretesa di essere verità. Questo perché non ne ha bisogno. E’ storia. Scritta nelle vite dei miei allievi. E ormai anche in quelle degli allievi dei miei allievi. A chi continua a sostenere che verità e scientificità sono importanti, io racconto sempre la stessa storia.

Secondo alcuni autorevoli testi di tecnica aeronautica,
il calabrone non può volare,
a causa della forma e del peso del proprio corpo
in rapporto alla superficie alare.
Ma il calabrone non lo sa e quindi continua a volare.

Bibliografia:
“Inside improvvisation” (Jerry Bergonzi)
“Dolore per la crescita” (Giovanni Ariano)
“Diventare uomo” (Giovanni Ariano)
“Le basi del metodo” (Moshè Feldenkrais)
“L’io potente” (Moshè Feldenkrais)
“Valutare la performance musicale. Progettare, costruire e utilizzare scale e strumenti di misurazione” (Edwin E. Gordon)
“The Psychology of Meaningful Verbal Learning” (David Ausubel)
“Lezioni di movimento” (Francesco Ambrosio)
“Apprendere la relazione” (Anna Falco)
“The jazz armony” (Andrew Jaffe)

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...