Il Plettro, il miglior amico del chitarrista

Se i migliori amici del chitarrista elettrico sono di default amplificatore e pedalini, il ruolo da comprimario va sicuramente assegnato al plettro, un vero e proprio ‘strumento’ troppo spesso sottovalutato dai più, in grado di essere determinante nella resa sonora tanto quanto i suoi amici più altolocati e ingombranti!

E’ difficile, se non impossibile, riuscire a catalogare tutte le tipologie di plettri esistenti sul mercato (negli ultimi decenni, oltretutto, sembra essersi verificato un vero e proprio boom in merito!!!); quello che personalmente ho scelto di fare in queste poche righe è cercare di riportarvi le mie impressioni a caldo dopo aver provato i plettri più comuni esistenti in circolazione, uniti ad una serie di plettri fabbricati con materiali più particolari e/o di uso non usuale. Spero che questa presentazione serva come stimolo a tutti voi per fare delle ricerche più approfondite, e trovare il plettro (o più probabilmente i plettri: uno per ogni stagione!) più adatto alle vostre esigenze, quello che vi porterete addosso come un’ombra per tutta la vostra vita di chitarristi!

Ma andiamo con ordine. Per analizzare un plettro dovremo essere consapevoli delle caratteristiche di quest’ultimo che lo possono diversificare, nella resa e nella suonabilità, da altri di tipologie diverse. Tralasciando dunque fattori puramente estetici, queste caratteristiche sono sostanzialmente tre: MATERIALE, SPESSORE, GRANDEZZA/FORMA.

Il primo punto, relativo al MATERIALE usato, è probabilmente il più importante per quanto riguarda il suono prodotto. Come già accennato, esiste veramente una grande quantità di materiali con cui oggigiorno un plettro viene fabbricato. I plettri più diffusi sono fabbricati con materiali plastici come celluloide, nylon, poliacetato e policarbonato; oltre a questi, io ho preso in considerazione plettri in carbon nylon (che non considero equivalenti ai plettri in plastica), metallo (alluminio), legno e tortex.

Partiamo dunque dall’esaminare i plettri di plastica, che tendono a non diversificarsi troppo tra loro, offrendo soluzioni all’udito tutto sommato abbastanza simili. I più equilibrati a livello sonoro sono sicuramente quelli in celluloide, che costituisce il materiale più antico e diffuso con cui i plettri vengono tuttora fabbricati; un esempio ne sono classici Fender, che non mancano mai nella borsa del chitarrista modello, e sono ottimi per chi è alle prime armi, proprio grazie al loro equilibro. Comunissimi anche i plettri in nylon, che offrono un attacco morbido e caldo, con un suono ben dosato che tende ad esaltare un poco gli acuti, rendendoli adatti per ritmiche funky, pop e per la chitarra acustica. Di concezione un po’ più moderna sono invece i plettri in poliacetato (ne sono un esempio i signature di Steve Vai prodotti da Ibanez); la loro caratteristica principale, rispetto agli altri plettri in plastica (e ancor di più rispetto a plettri fabbricati con materiali più duri come carbon nylon e alluminio) è lo scarso ‘pick scratch’ o ‘pick noise’ (insomma, il rumore derivato dal contatto tra plettro e corde) che presentano. Offrono inoltre un attacco piuttosto preciso e definito e sono più ricchi sui bassi, il che li rende ideali per suonare musica rock. Per finire con i materiali plastici, abbiamo i plettri in policarbonato, come i Big Stubby prodotti da Jim Dunlop; queste tipologie di plettri offrono un attacco ben definito ma insolitamente leggero, data forma e spessore, e sono adatti, con tutta probabilità, ad utilizzi un po’ più particolari.

Passando ad altri materiali, i plettri in carbon nylon si fanno apprezzare per l’ottimo grip, e sono l’ideale via di mezzo tra i plettri in nylon e plettri più duri e spigolosi come quelli in alluminio; mantengono infatti una certa morbidezza, se paragonati a plettri della stessa durezza, ma hanno un attacco più duro, ben definito e una presenza ancor maggiore sugli acuti rispetto al nylon tradizionale.

Il tortex è invece un materiale sintetico che nelle intenzioni vorrebbe replicare le caratteristiche di un guscio di tartaruga naturale, e condivide col carbon nylon l’ottimo grip; rispetto a quest’ultimo è però meno ricco di acuti e suona ancor più duro. Ha un attacco molto definito.

I plettri in alluminio sono probabilmente i più particolari di questa breve lista; si diversificano molto dagli altri, in primis per la durezza, poi per le qualità sonore che presentano (sono molto spigolosi e ricchissimi di acuti!); producono un elevato pick noise – che può sporcare il suono ma li può rendere estremamente piacevoli e utili per certi usi – e producono uno degli attacchi più pesanti che si possano immaginare. Insomma, sono delle vere e proprie ‘vanghe’ adattissime a suonare metallo pesante… sempre che riusciate a gestirne la difficile suonabilità!

Per finire, i plettri in legno presentano solitamente un suono abbastanza equilibrato, ma variano molto in funzione del tipo di legno usato e del tipo di fabbricazione, cosa che non ne rende possibile una descrizione dettagliata.

Per quanto riguarda lo SPESSORE, abbiamo a che fare con cinque diverse categorie: thin (0,45-0,69 mm), medium (0,70-0,84 mm), heavy (0,85-1,20 mm) e più raramente i due estremi (extra thin ed extra heavy). C’è da tenere presente che stiamo parlando di una caratteristica molto importante perché lo spessore, esattamente come il materiale, influisce sia sul suono che sulla suonabilità. Il discorso, in questo caso, è molto semplice: più il plettro è sottile e più il suono tenderà ad essere rotondo e morbido, in una parola più dolce, mentre più il plettro è duro e più sarà facile ottenere dei suoni pesanti, granitici e con un attacco più definito. La suonabilità procede di pari passo con i suoni ottenuti: plettri più morbidi saranno più malleabili e gestibili in situazioni dove siano necessari accompagnamenti acustici, pop o funk, e plettri più duri saranno l’ideale per soli e ritmiche rock.

Passando all’ultima caratteristica, possiamo rilevare che questa influisce quasi esclusivamente sulla suonabilità: le eventuali modifiche al suono dovute a GRANDEZZA e FORMA, infatti (eccettuati i casi in cui la superficie di incidenza con le corde sia diversa dalla classica forma a rettangolo equilatero – ad esempio se si usa un plettro molto smussato o una moneta), sono da imputare alla diversa impugnatura ed al diverso uso della punta. Plettri più grandi, che possono permetterci di lasciare a contatto con le corde una dose maggiore di punta, saranno l’ideale per gli accompagnamenti mentre, ancora una volta, meno punta significherà una maggiore capacità di definire l’attacco, ridurre l’escursione e raggiungere una maggior precisione in fase solista.

E’ importante ricordare anche il ruolo del GRIP (letteralmente ‘impugnatura’). Non si tratta di una vera e propria caratteristica come le sopracitate, ma è fondamentale per quanto concerne la suonabilità: non vorremmo certo trovarci a dover girare continuamente il nostro plettro mentre suoniamo, o ancora peggio a raccoglierlo da terra perché ci è scivolato all’improvviso! Esistono alcuni tipi di plettri sui quali vengono innestate delle superfici ruvide al contatto, in modo da facilitare la presa e rendere l’impugnatura più confortevole: si tratta solitamente di superfici molto diverse tra loro (si va da seghettature finissime a rilievi anatomici delle più disparate forme e dimensioni) che hanno tutte l’unico scopo di mantenere il plettro a contatto più saldamente con la mano che lo impugna. Al di là di questo, esistono alcuni materiali con cui vengono fabbricati i plettri (ad esempio i già citati carbon nylon e tortex) che, grazie alla loro ruvidità, presentano già di per sé un buon grip naturale.

Come avete visto, esistono davvero plettri per tutti i gusti! Naturalmente ci sarebbe ancora molto da dire, ma credo di essermi già dilungato a sufficienza per lo scopo prefisso. Vi lascio allora con due chicche per aficionados, due plettri molto curiosi per forma e uso per cui sono concepiti:

–          Thumbpick: si tratta di un plettro ‘a pollice’, che viene letteralmente infilato sul proprio dito come un anello, in modo da risparmiare l’impugnatura a due dita. Per cosa viene usato? Principalmente per alcuni accompagnamenti blues e country; specialmente in quest’ultimo stile, è fondamentale alternare plettro e dita perché il basso ha bisogno di un suono molto secco, palmato e definito (a differenza di quel che accade ad esempio in un walking bass jazz, dove il suono del basso dev’essere molto più tondo, e dove non viene usato il plettro)

–          Stylus pick: E’ un plettro molto particolare, dalla forma pentagonale e dalla punta conica, che non serve a suonare nella vita reale (non ci provate, ha un suono orrendo ed è ingestibile!) ma solamente per esercitarsi: la particolare forma della punta non consente infatti di affondare eccessivamente nelle corde, eliminando così alcuni dei difetti che ci impediscono di guadagnare velocità in fase di studio. Non si trova facilmente in commercio, ma è ordinabile da www.styluspick.com, e dà risultati immediati. Un vero must per un wannabe shredder!

Buon divertimento, e alla prossima!

Lorenzo Mirani

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